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Saverio Pelosi (nel vecchio palazzo grigio - Part 1)
Nel vecchio palazzo grigio la mia vita continuava stanca, le stagioni passavano ripetendosi ciclicamente, al di fuori di quelle mura qualcosa stava cambiando, me lo sentivo, ma all’interno di esse tutto rimaneva costantemente uguale.
Manager, impiegati, segretarie, figure in bianco e nero che con gli anni mi ero stancata di guardare, pur riconoscendo il fatto che non bisognava mai sottovalutare nessuno, anche le vite apparentemente più banali potevano sempre rivelare aspetti singolari, insospettabili e curiose sfumature.
Era qualcosa che avevo imparato con gli anni e sulla quale riflettevo, dilungandomi spesso sulle mie personali e opinabili percezioni.

La primavera era stata tardiva, divorata da piogge monsoniche con temperature inferiori alla media, ma io non svolgevo un lavoro all’aperto, non consegnavo la posta e nemmeno le pizze, non lavoravo nei cantieri e non salivo sulle impalcature.
Io ero fortunata, già, avevo il culo comodamente adagiato su una sedia ed i gomiti appoggiati ad una scrivania, avevo guadagnato il mio posto nel vecchio palazzo grigio, avevo anch’io trovato la mia collocazione nel tessuto sociale in una città del cazzo, come tante altre.

Da qualche anno ero in ufficio con Saverio, un tipo di mezza età, nel complesso neanche tanto male rispetto allo standard medio dei coglioni che popolavano l’edificio.
Dividevamo lo stesso spazio, un ameno locale le cui finestre dai vetri perennemente sporchi davano verso l’interno di un cortile di cemento, sudato e umido, e su altre cellette dove tanti omini incravattati digitavano milioni di cazzate sulle loro tastiere.
Il pavimento era una lurida moquette, la scrivania di Saverio era vicina alla porta sulla sinistra, la mia invece era vicino alla finestra all’angolo destro del nostro rettangolo di quotidiano sudore lavorativo (!?!).
Saverio era un omone comodo, la vita sedentaria l’aveva fatto invecchiare prima del tempo, anche se sono convinta che fosse già nato così, che geneticamente fosse stato concepito già anziano.
Parlavamo spesso agli inizi della nostra convivenza lavorativa, discutevamo, ci scambiavamo opinioni, pareri, ricette culinarie; Saverio era proprio una buona forchetta, decisamente sovrappeso, adorava mangiare ogni tipo di prelibatezza.
Sapeva cucinare e andava spesso fuori a cena.

Sono sempre più convinta che con il passare degli anni, ogni tipo di relazione possa evolversi in modi diversi; può atrofizzarsi vegetando nella routine oppure può galvanizzarsi di volta in volta per progettualità comuni o può drasticamente deteriorarsi, peggiorare per poi terminare in un finale atto liberatorio.
La mia relazione lavorativa con Saverio nell’ultimo periodo era notevolmente peggiorata, ogni suo difetto mi infastidiva, ogni suo comportamento o gesto che in passato avevo tollerato, lo trovavo ora insopportabile.
Devo ammettere che gli ero comunque affezionata, perché era una persona buona, sensibile, ma i suoi sempre più frequenti episodi di fancazzismo alternati a picchi di schizofrenia paranoica erano diventati per me insostenibili.
Capitava che mi sentissi in colpa a riguardo, erano pensieri che mi facevano sentire una persona cattiva.
In ufficio arrivava sempre tardi accampando le scuse più improbabili, le sue pause pranzo duravano in media dalle due alle tre ore; era un incredibile lavativo, e questo l’avevo sempre saputo sin dall’inizio, non che io mi ammazzassi di lavoro, per carità, ma perlomeno non ero così sfacciata come lui.
Passava le sue mattinate navigando, cercando prodotti improbabili su e-bay; apriscatole elettrici, dosatori per pastiglie, carica batterie, bollitori; si informava inoltre su tutto ciò che poteva risultare superfluo come, ricordo benissimo, alle conseguenze estreme derivanti da punture di insetti nella giungla di Papua Nuova Guinea; questo e quant’altro fosse inverosimile e inutile per lui rappresentava linfa vitale.
Non sopportavo più queste sue attitudini che, ripeto, all’inizio tolleravo, le trovavo anche buffe, ma ora stavo davvero invecchiando e certe cose facevo ormai fatica a sostenerle.

Saverio era un uomo molto villoso, eccessivamente peloso, ed io odiavo i peli, ne aveva così tanti che li perdeva ovunque, ed io avevo il vomito ogni volta che trovavo quei riccioli neri e irsuti sulla mia scrivania, sul fax, sulla stampante, vicino alle riviste di settore che ogni tanto consultavo; quei peli erano ovunque cazzo!
Ero stanca di sentire le sue paranoie.
Saverio ogni giorno, ogni volta che parcheggiava si premurava di fotografare le auto che aveva vicino, per paura che queste potessero danneggiare eventualmente la sua.
Saverio si era comprato su e-bay una pala pieghevole da giardinaggio, che custodiva gelosamente nel bagagliaio dell’auto in caso fossero scesi quei dieci, massimo quindici centimetri di neve, che gli avrebbero creato, com’è ben noto con nevicate di questa portata, difficoltà nell’uscita dal parcheggio aziendale.
Mi capitava di osservare Saverio con lo sguardo fisso davanti al monitor, e le mille altre figure in bianco e nero che riempivano quei corridoi; non so perché ma avrei desiderato una vita diversa da questa.

Avevo altre aspettative, sognavo una vita migliore.

Comunque, dicevo di Saverio, insieme a quella dannatissima pala si era anche comprato come accessorio una specie di fascia di plastica, da legare attorno alla testa alla quale era applicata una sorte di lampadina, tipo quella posizionata sull’elmetto dei minatori.
Saverio sosteneva che in caso di neve gli sarebbe venuta utile per montare le catene sulle ruote della macchina.
Una sera di fine novembre lo vidi uscire dall’ufficio, indossava un cappotto, aveva la ventiquattrore, e una luce accesa in testa, camminava nei corridoi illuminati da odiosi neon.

Parlavo spesso di lui ad amici e conoscenti, a volte si ha realmente bisogno di condividere certe esperienze.

Saverio era quindi ossessionato dalla neve, e dal tempo atmosferico in genere, ogni nuova stagione era per lui motivo per lamentarsi.
Io credo di essere metereopatica, e penso che molte persone lo siano, soprattutto se vivi in una città del cazzo come tante altre, e dare la colpa al tempo è probabilmente un ottima scusa per giustificare un instabile umore.
Una primavera di qualche anno fa Saverio si era convinto che la temperatura nell’ufficio fosse calda e umida, accendeva quindi l’aria condizionata al massimo della potenza.
Pur lavorando nello stesso ufficio facevamo orari diversi; io tendenzialmente arrivavo alla mattina presto e mi premuravo di spegnere del tutto l’impianto di condizionamento, lasciato da lui acceso a pieno regime la sera prima, e di aprire poi la finestra per far uscire il gelo e l’odore di chiuso formatosi durante la notte.
Saverio arrivava trafelato, ma sempre con estrema calma, tendenzialmente dopo le dieci, e la prima cosa che faceva era buttarsi sul fan coil per controllarne la potenza e ovviamente pomparlo poi al massimo, al che nonostante fuori fosse soleggiato e sereno con una temperatura godibile, mi toccava coprirmi con un maglioncino che lasciavo sempre in ufficio per queste fresche evenienze.
Nel frattempo Saverio si slacciava la camicia, si tirava giù i calzini fino alle pelose caviglie e infine si toglieva le scarpe in preda a colpi di calore.
E fu così per tutta una fottuta primavera ricordata da me come la più fredda degli ultimi vent’anni, nonchè dai numerosi raffreddori e sinusiti che mi accompagnarono per tutto il tempo.

Saverio aveva soltanto un paio d’anni in più di me, ma il rapporto con la sua salute era da tempo compromesso, ogni piccolo disturbo veniva curato con pilloloni colorati non inferiori al grammo, per un comune mal di gola ricorreva ad una cura antibiotica intensiva, per un banale dolore muscolare ad iniezioni di morfina per atleti consumati.
Era tormentato del possibile stato della sua salute, Saverio era decisamente ipocondriaco.
Ogni due ore si metteva lacrime artificiali convinto che gli si seccassero sempre gli occhi, spesso lavorava davanti al computer indossando occhiali da sole e onestamente non ho mai capito se lavorasse realmente o se più semplicemente avesse voglia di appisolarsi senza farsi troppo notare.
Sulla sua scrivania c’era un grande granchio giallo di peluche, diametro 30 cm., chele escluse, sul quale appoggiava il polso destro quando utilizzava il mouse sostenendo che l’infiammazione al tunnel carpale grazie al crostaceo rinvenuto nel reparto giochi dell’Ikea era notevolmente diminuita, e quindi anche il peluche era ormai parte del nostra arredo, non senza il mio evidente imbarazzo ogni qual volta qualcuno faceva per così dire capolino nel nostro ufficio.

Saverio si era iscritto in palestra, formula 18 mesi abbonamento open, e ci andava soltanto qualche giorno dopo il Natale e le festività in genere, dove avendo ovviamente esagerato con il cibo doveva poi espiare per sentirsi in qualche modo pace con la sua villosa coscienza.
Ma questi erano cazzi suoi.
Erano affari miei eccome, quando per un raffreddore stagionale il ciccione si faceva dare dieci giorni di malattia, lasciandomi nella merda, a sbrigare pratiche su pratiche, e la cosa più irritante, che in fondo non ero riuscita ancora a capire, era se fosse realmente convinto di meritarsi dieci giorni di degenza per una goccia al naso.

Forse ero solo invidiosa perché non riuscivo a sbattermene così come lui , forse era solo un bravo attore ed io non me ne ero mai accorta, eppure mi sembra di prestare attenzione alle cose.
Saverio si assentava per ore, l’ultimo episodio fu un paio di settimane fa quando mi disse con la solita flemma che doveva andare in un meeting, una riunione interna al secondo piano del vecchio palazzo grigio.
Circa un ora più tardi mentre uscivo per il pranzo lo vidi rientrare in auto in direzione del parcheggio, era andato al vicino supermercato a fare la spesa.
Il boss in quei giorni era negli Stati Uniti per lavoro e il nullafacente di Saverio approfittando della distanza e del fuso orario si faceva i cazzi suoi allegramente ovviamente più del solito.
Era un professionista nell’impiegare l’orario lavorativo per sbrigare le sue paranoiche questioni private, un genio; sempre una scusa pronta, un inconveniente all’ultimo momento, e sempre con quell’aria vittimista; e questo ormai io non lo sopportavo proprio più.

Non soffrivo più i suoi atteggiamenti da saccente su qualsiasi argomentazione, le sue opinioni da fascistello che vien dalla provincia, il suo pizzetto, e poi aveva una faccia da sbirro che avrei volentieri preso a cazzotti.
Però usavo sempre il suo bollitore, lui l’aveva comprato per farci tisane e caffè e non lo adoperava mai; io me ne servivo tutti i giorni, ormai ne avevo preso pieno possesso.
Lui era buono con me.
Forse ci sopportavamo a vicenda.
Saverio non era di qui, era venuto nella grande città del cazzo per studiare all’università e poi c’era rimasto, come fanno tanti altri.
Figlio di immigrati meridionali, ma nato e cresciuto in Liguria, si sentiva ormai autoctono, rinnegava le sue origini contadine, riconducibili comunque al suo nome e cognome e soprattutto visibili e scolpite nei suoi tratti somatici.
Saverio si era sposato con una cicciona conosciuta ai tempi dell’università, proveniente da una famiglia benestante dalla bieca provincia veneta; vivevano all’ultimo piano in un grande appartamento non lontano dal palazzo grigio del cazzo, non avevano nessun mutuo ed erano proprietari di un'altra abitazione che veniva affittata a studenti.
I lavativi se la vivevano bene, senza spese e con un reddito abbastanza cospicuo, tanto da potersi permettere molte cose rispetto ad altre persone; non avevano problemi ad arrivare alla fine del mese e la mia invidia proletaria era la prova del loro eccessivo benessere.
Ad un certo punto, stanchi e annoiati della loro vita decisero di mettere al mondo una creatura. Saverio si era già fatto operare un paio di volte di varicocele, la velocità del suo sperma era ora pari a quella di un bradipo, e la donna dai fianchi larghi non rimaneva mai gravida.
Fu così che dopo diversi tentativi, la coppia si rivolse ad una struttura specializzata in problemi di fertilità con sede a Bruxelles, non so quante migliaia di euro furono spese, ma dopo nove mesi ebbero un bimbo.
Nel paese del cazzo dove vivevamo non era ancora del tutto possibile accedere alla vita attraverso la scienza; i bigotti fascisti che da decenni governavano l’avevano proibito.
Io volevo bene a Saverio, in fondo anche lui mi sopportava, ma in certi momenti non lo soffrivo proprio.
Forse i suoi momenti di eccessiva paranoia coincidevano con le fasi del mio ciclo, forse i miei maggiori periodi di stress corrispondevano con i suoi, di fatto è che spesso, forse anche per invidia, morivo dalla voglia di urlargli contro tutta la mia rabbia e la mia frustrazione.

Cosa invidiavo di Saverio?
Il fatto di aver procreato e il suo conto di banca, decisamente.
Del resto non gli invidiavo niente, credo.
Cosa invidiava lui di me?
Nulla, suppongo.

(TO BE CONTINUED)





















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pubblicato il 2010-07-12 alle 16:38:47