Una serata in provincia Era da una settimana che non facevo altro che pensarci, lui era veramente carino, ed era capitato in quel momento della mia vita dove necessitavo realmente di qualcuno che si prendesse cura di me, che mi amasse, che mi desse sicurezza.
Due splendidi occhi azzurri non potevano mentire, i suoi modi gentili mi avevano lasciata senza parole.
Ci eravamo conosciuti per caso in una birreria del centro, circa un anno fa, così per caso, avevamo parlato di musica, cinema, birra e ci eravamo scambiati il numero di telefono nonché il contatto su facebook.
Nei mesi che seguirono confesso di aver sbirciato più volte nel suo profilo, nelle sue fotografie; era proprio mio il tipo, e non so per quale motivo mi trasmetteva anche quel senso di protezione del quale avevo tanto bisogno.
Ne avevo parlato recentemente proprio con la mia analista, ero arrivata ad un punto della mia vita dove desideravo una svolta; spesso mi domandavo come mai continuavo ad andare da lei e una ragione poi la trovavo sempre; e in questo caso non vedevo l’ora di raccontarle ciò che mi era accaduto con Alex.
Ultimamente Alex si era fatto vivo via e-mail, avevamo chattato ad ore improbabili sul senso della vita, sul significato dell’amore, e su quanto lui si sentiva vicino alla mia anima.
E Dio solo sa, se avevo bisogno di udire certe parole da un uomo, ed Alex era lì, pronto a dirmele.
Era un segno del destino, lo sapevo.
Alex viveva a circa cinquanta chilometri dalla città, ed io essendo comodamente una donna di altri tempi, mi aspettavo che perlomeno le prime volte, fosse lui a raggiungermi nella grigia metropoli.
Due settimane prima del nostro effettivo incontro, Alex mi invitò fuori a cena, ero agitatissima, pensavo a cosa mettermi, a come sarebbe stato, dove mi avrebbe portato, mi aspettavo un seduttore intelligente e affascinante, sognavo una nuova storia d’amore, l’amore quello dei film intendo, mica cazzate.
Pochi giorni prima del nostro incontro mi disse se non fosse stato un problema per me andare da lui, visto che aveva la macchina fuori uso; gli chiesi che cosa fosse successo e lui mi rispose che si era rotta la cinghia.
Il pensiero di farmi rispettivamente cinquanta chilometri ad andare ed altri cinquanta a tornare non mi allettava per niente, essendo, ribadisco una donna di altri tempi, l'idea di muovermi su statali buie, illuminate soltanto dai fuocherelli delle meretrici nigeriane mi spaventava un po’, considerando anche il fatto che la guida non è mai stato un mio punto di forza, e che sia io che la mia macchina non eravamo tarate per coprire certe distanze, abituate in città nel classico tragitto “ufficio - casa - supermercato”.
Quando Alex mi chiese se potevo raggiungerlo, mi spiazzò, cosicché gli dissi che l’avrei richiamato, che dovevo prima verificare certi impegni di lavoro che mi avrebbero potuto trattenere in ufficio fino a tardi.
Passai tutto il pomeriggio a rodermi l’animo, volevo vederlo, non potevo lasciarmelo sfuggire, volevo Alex, ero convinta che più tempo fosse rimasto senza di me più avrei rischiato di perderlo.
Dissi a me stessa che era un treno che dovevo prendere al volo, ma ero davvero troppo stanca, e soprattutto impreparata ad affrontare così, senza una doverosa preparazione psicologica, cento chilometri di strada statale.
Mi sarei concentrata nei giorni seguenti e sarei arrivata preparata alla nostra cena, e poi dentro di me comunque speravo vivamente che l’auto di Alex ora della settimana successiva, fosse stata pronta come una regale carrozza, testimone della mia nuova stagione d’amore.
Non fu così, riesumai quindi il mio navigatore satellitare e scaricai cartine da google map, in caso che la tecnologia mi avesse potuto lasciare in asso; ero pronta, avrei provato a me stessa e ad Alex che ero una donna in gamba, e che avrei guidato impavida per raggiungerlo.
Ogni volta che leggevo i suoi messaggi non riuscivo a contenere l’entusiasmo, lo sapevo, mi desiderava, eravamo come due calamite, si era stabilito quel contatto, quello “speciale”, intendo.
Ne ero sempre più convinta, lui non era il classico manzo da una scopata e via, c'era qualcosa di più, ne ero certa.
Era un giovedì, decisi di uscire prima dall’ufficio, in modo da potermi preparare, dovevo essere splendida, nulla doveva essere lasciato al caso, la notte sarebbe stata nostra.
Dopo aver guidato tra campagne e risaie arrivai sotto casa di Alex, che mi aspettava in strada, con quel sorriso affascinante, la barba un po’ lunga, i capelli finti spettinati, sigaretta in bocca, era veramente il mio tipo. Non ne avevo alcun dubbio.
Notai la maglietta che aveva indosso, una tshirt rossa “Birra Moretti”, e ricordai di averla vista in più fotografie pubblicate sul suo profilo, doveva davvero piacergli molto, pensai.
Alex viveva in un ampia mansarda, ben arredata, notai subito il tavolo apparecchiato; due calici, due piatti; Alex stappò il vino e mise su un po’ di musica.
Incominciammo a parlare, mi iniziò a raccontare di sè, ed io iniziai a riflettere sull’idea che mi ero fatta di lui.
Certe volte le cose non vanno di pari passo, spesso le cose non vanno nella stessa direzione, direi di no.
Mi disse che era depresso, che soffriva del "mal d’essere", che lui non sarebbe mai stato felice, e subito dopo mi chiese se stava esagerando ad essere così aperto con me al primo appuntamento.
Gli risposi di no, ero comunque incuriosita, sono una persona che ascolta, semplicemente per il fatto di voler capire chi ho davanti.
So ascoltare perché so che mi può far comprendere, quindi continuai a farlo parlare, e più Alex andava avanti e più io iniziavo ad accampare delle legittime perplessità.
Mi raccontò della sua infanzia turbata da un padre violento, della sua adolescenza segnata dall’abuso di droghe, psicofarmaci e alcol, del suo essere un alcolista, e di essere un uomo autodistruttivo.
Era il primo appuntamento dopo tutto, e se queste erano le premesse io non avevo alcuna intenzione di prestarmi come assistente sociale, ne tanto meno cercare di capire il perché di certe dinamiche.
In fondo lo sapevo che doveva esserci qualcosa, mi domandavo infatti come mai un fiorellino come Alex fosse ancora disponibile sul mercato, ed inizialmente sostenevo con me stessa che ero stata semplicemente fortunata, e che quindi dovevo sbrigarmi ad accaparrarmi quel ultimo esemplare di maschio papabile.
Mentre Alex serviva la pasta, mi accorsi che la bottiglia di bianco stappata circa mezz’ora prima era ormai vuota, io ne avevo bevuto solo un bicchiere, ero comunque stanca e non dimentichiamo che dovevo tornare a casa percorrendo strade buie, per di più tra rogge e campi.
Mi disse che era attratto dalla mia personalità, che con me si trovava davvero bene e che voleva conoscermi meglio, io lo ascoltavo, e mi domandavo quale sarebbe stata la sua prossima mossa, sapendo forse già in cuor mio che non ci sarebbe stato un secondo incontro.
Come sottofondo aveva scelto King Crimson, roba dei primi anni settanta, gli dissi che la sua discografia era piuttosto “classica”, ed era un modo carino per dire che non sposava appieno i miei gusti musicali.
Mi faceva cagare.
Mi accorsi che la persona che avevo di fianco era un uomo focalizzato su se stesso, sui suoi disagi, egoista, e ad un certo punto mi venne pure il dubbio che vestire i panni del depresso fosse un suo modo di presentarsi, un suo modo di voler essere, ed io cercavo di capire, e quindi continuavo ad ascoltare.
Aprii una bottiglia di rosso, me ne versò un calice che decisi di non bere, e osservai con che voracità ingurgitava il nettare.
Ascoltavo ed osservavo.
Andò in bagno più volte.
Mi disse che con me si sentiva davvero a suo agio, e che quindi si sarebbe messo più comodo, si defilò in camera da letto, da dove ne uscì pochi minuti dopo a piedi scalzi con indosso i pantaloni della tuta ed una altra tshirt, questa volta blu, “Birra Moretti”, confuso prese il mio bicchiere di rosso ancora intonso e se lo trangugiò quasi d’un fiato.
Mi disse che ero una donna davvero speciale, lo ringraziai.
Guardavo l’orologio appeso in cucina, e mi chiedevo quando sarebbe stato opportuno defilarmi.
Mi davo ancora una mezz’ora, dopodiché con una scusa qualsiasi me ne sarei andata via.
Iniziò a rollarsi una canna, ed io gli chiesi se poteva fumarsela quando me ne fossi andata, che avrei preferito così, e pensai tra me stessa agli sproloqui che avrei dovuto poi sentire nel caso se la fosse accesa.
Anche la bottiglia di rosso terminò in poco più di mezz’ora, ed io non ne avevo toccato un goccio.
Eravamo seduti sul divano e mentre sfogliavo il booklet di un cd, giusto per sapere quale fosse quella fottuta traccia psichedelica che da più di dieci minuti mi stava gettando in un loop paranoico, Alex mi baciò.
Fu strano, non sapevo se volevo essere baciata da un uomo così, voglio dire io mi aspettavo altro.
E comunque il fatto che un uomo al primo appuntamento si comportasse in quel modo, non mi piacque poi molto.
Probabilmente stavo invecchiandomi e mi ero imborghesita, o più semplicemente pretendevo soltanto del rispetto?
Ricambiai il suo bacio, con perplessità e prudenza, non sapendo se e come avessi poi, dovuto o potuto tornare indietro.
Devo ammettere che il retrogusto di vinaccia mi dava un po’ fastidio, Alex mise le mani sotto la mia maglietta nuova.
Non sapevo che fare, certo non ero fatta di pietra, anzi sarà stata la primavera ma avevo veramente gli ormoni in subbuglio; lo lasciai fare vedendo tuttavia sprecata la mia biancheria intima, Alex mise poi le dita dentro i miei slip ed io ancora non sapevo che fare.
Mi girai, ed in un attimo fui sopra di lui, lo guardai, lui nel frattempo afferrò nuovamente il suo calice che bevve con un gran sorso, e confesso di aver avuto un po’ di timore per il mio top bianco acquistato solo un paio di settimane prima.
Lo baciai ancora per un attimo, riflettendo, ero sempre sopra di lui, e non sapevo ancora bene cosa fare, quando mi resi conto che nonostante Alex indossasse una tuta, io, laggiù in basso, non percepivo nulla di lontanamente eretto.
Smisi di riflettere e seppi subito che decisione prendere.
E comunque penso che, se anche mi fossi trovata davanti ad un’erezione, non credo che mi sarei abbandonata ad essa.
Gli dissi che non me la sentivo , lui non disse nulla, sorrise e si riempii il bicchiere.
Alex non era come pensavo fosse, e secondo me la storia dell’auto rotta era un tutta una balla; una mia amica mi ha detto che gli alcolizzati sono pure dei gran bugiardi.
Cento chilometri buttati nel cesso.
Ci alzammo e mi abbracciò dicendomi che mi voleva bene, che si stava innamorando di me, ed io pensavo intanto alla strada più veloce che avrei dovuto percorrere per rientrare a casa.
Mi baciò sul collo e sulle spalle e mi diede fastidio, dovevo andare in bagno, il viaggio sarebbe stato lungo.
Prima di uscire mi guardai allo specchio, mi sistemai i capelli e notai sulla spalla destra del mio top bianco delle macchie di vino rosso.
Nervosamente presi il sapone e cercai di renderle almeno meno visibili, dicendo a me stessa che era giunta proprio l’ora di andarmene.
La goccia che fa traboccare il vaso? Il vaso era già stato frantumato.
Alex era in sala davanti ai suoi cd, si era acceso la canna, e un'altra bottiglia di rosso era stata aperta.
Presi le mie cose, e programmai il navigatore.
Alex mi domandò se me ne stessi andando, cosa tra l’altro ovvia, che voleva che stessi ancora un po’, che voleva abbracciarmi.
Risposi che dovevo andare, che l’indomani sarebbe stata una giornata impegnativa, che comunque avevo tanta strada da fare, e che ci saremmo rivisti a breve.
Gli chiesi di accompagnarmi alla macchina, semplicemente perché volevo informazioni suppletive a quelle del mio navigatore e delle mie mappe, sempre detto che un uomo barcollante avesse potuto poi darmele.
Scese in strada a piedi scalzi e mi diede un paio di indicazioni, abbastanza semplici che si rivelarono attendibili.
Gli dissi che ci saremmo sentiti, lui si scusò dicendomi che lui era fatto così, gli risposi che per me non c’era alcun tipo di problema, adoravo le persone oneste.
Volevo già essere sul mio divano a bermi una bella birra ghiacciata, percorsi quindi la statale alla velocità della luce tra lavori in corso, svincoli e puttane, l’autoradio era accesa ed io ero così contenta di non aver ceduto ad un sesso malato, inutile, alcolizzato.
Ripensando ai suoi baci, mi misi in bocca subito una gomma, quasi a volermi disinfettare il palato.
Tornai a casa, e fui felice di ritrovare ciò che a volte non sopportavo e che sempre più spesso non riuscivo a capire. Lunedì ne avrei sicuramente parlato con la mia analista.
Inutile aggiungere che non vidi mai più Alex.
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