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Scarpe.
Non riesco a togliermele dalla mente ste scarpe.
Me le guardo e riguardo triste triste.
Ad ogni pausa caffè.
Anche sdraiato sul letto, le metto sul comodino per guardarle meglio.
Eleganti, nere, scomode.
M’hanno fatto venire i calli, io che i calli non li ho mai avuti.
Stiamo invecchiando e loro prima di me.
Io di regola faccio shopping una volta ogni tre quattro anni, non seguo la moda, non è un ansia, m’affeziono alla roba.
Mia madre ha tanto insistito per queste scarpe, dice che vesto vecchio, metto sempre le stesse cose come una divisa.
Ha tanto insistito.
Io gli ho risposto che in comunità queste cose non hanno valore.
Io gli ho risposto che non frega a nessuno se giro con le scarpe bucate.
Non è vita vera, è solo un ricordo che non vuol morire.
E io me le guardo.
Sono passati solo sei mesi e sono già vecchie, incartapecorite, il nero tende al grigio, le cuciture iniziano a saltare.
È questo dannato posto che invecchia le cose, le persone.
Stiamo invecchiando, le scarpe prima di me.
E quando piove e si forma il fango, quando dobbiamo uscire per forza che penso alle scarpe e a mia madre.
Penso a metterle dentro il mio armadietto e di uscire scalzo.
Divento triste a guardarle sporche di fango.
Non come tutti, loro usano le scarpe da ginnastica, loro hanno la scarpiera piena di modelli che hanno messo solo un paio di volte.
Hanno tutti i soldi qui e niente di elegante nell’armadio.
Quando eravamo fuori anche dopo due anni sembravano nuove.
Qui le camicie si scuciono, i pantaloni si strappano, i calzini si bucano.
Qui gli adolescenti passano la linea d’ombra.
Qui i compleanni sono un giorno come un altro.
E seduto qui ad aspettare che F. si mette la giacca per uscire mi guardo le scarpe e penso a mia madre.
Lei mi vorrebbe tutto nuovo, da comunione.
Ma io sto invecchiando.
Mi lasceranno uscire solo quando sapranno con certezza che sono diventato vecchio.

Nessuno parla della fine.
Nessuno qui mi dice ”Presto te ne andrai”.
A me sembra invece d’esserci nato su questa panca, al freddo, in cattiva compagnia, a fumare un numero ben stabilito di sigarette.
È tutta una presa per il culo e io darei una mano per un bicchiere di Jack.
Posso solo guardarmi le scarpe, quelle che m’ha obbligato a comprare mia madre.
Nuove nuove di fabbrica.
Faccio un figurone.
Presto però, come tutto qui dentro, si rovineranno prima del termine.
Come me, rovinato prima del termine.

C’era un paziente che mi rubava sempre le scarpe per mettersele.
M’ha esasperato così tanto che quando sono uscito gliele ho dovute regalare.
Pazzo fottuto ora ha una parte di me.
Un ricordo acquisito che svanirà nelle sue fughe.
Fughe dai luoghi di cura: tra i campi, sulle autostrade, i vicoli.
Fughe virtuali.
Fughe possibili, ma inutili.

In una fredda mattina d’ottobre, con la brina sotto i piedi, aspetto per fare la mia mossa, non faccio rumore, aspetto che la nebbia mi nasconda.
Sono il fuggitivo e devo cambiare nome.








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pubblicato il 2009-12-29 alle 12:07:25